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Diabete tipo 1: pazienti sempre più hi-tech, il 17% usa un microinfusore

Dispositivi che consentono il monitoraggio in “real time” del glucosio: il mondo del diabete di tipo 1 è in piena rivoluzione hi-tech

Cresce in Italia l’utilizzo di tecnologie avanzate per la gestione del diabete di tipo 1 (DM1). Secondo l’ultima rilevazione degli Annali AMD su oltre 33.000 pazienti con DM1 seguiti nei servizi di diabetologia del nostro Paese, il 17% utilizza un microinfusore; un incremento notevole rispetto al 2016 quando a farlo era solo il 12%, e che ci avvicina alla media europea del 20%. Di grande importanza è stata l’introduzione dei dispositivi per il monitoraggio in continuo della glicemia (GCM) e molti passi avanti sono stati fatti sulla strada verso il “Pancreas Artificiale” (AP). Su tutto questo fanno il punto gli esperti riuniti in occasione del 22° Congresso Nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD), in corso a Padova fino a sabato 30 novembre.

“La tecnologia per la cura del diabete è stata rivoluzionata dal monitoraggio in continuo del glucosio sottocutaneo, che guida il paziente in ‘real time’ nelle scelte terapeutiche e si adatta meglio allo stile di vita di ciascuno”, afferma Letizia Tomaselli, Coordinatore del Gruppo intersocietario AMD-SID-SIEDP “Tecnologia e diabete”. “A ciò si aggiungono i primi sistemi a circuito chiuso (sistemi “ibridi” o “closed loop”, ovvero il cosiddetto pancreas artificiale): dispositivi che non solo tengono traccia delle variazioni nei livelli di glicemia grazie al sensore, ma sono anche in grado di calcolare, tramite algoritmi, la quantità di insulina necessaria per tenere il paziente ‘in target’ e di erogare, tramite i microinfusori, l’insulina in modo automatico e personalizzato, offrendo un grado di automazione sempre più appropriato”.

“Oggi nel nostro Paese è disponibile un modello di pancreas artificiale ibrido, che può migliorare molto il controllo glicemico, a patto che il paziente venga ben ‘educato’ al suo utilizzo e reso consapevole del fatto che il sistema non fa ‘tutto da solo’ ma richiede il suo intervento, soprattutto al momento del pasto per indicare la quota di carboidrati che verranno assunti o per gestire eventuali allarmi/avvisi del sistema stesso”, spiega Daniela Bruttomesso, dirigente medico di primo livello dell’Azienda Ospedaliera di Padova. “Nei prossimi 2-3 anni sono in arrivo ulteriori modelli, sempre più evoluti: uno di questi, ad esempio, avrà un sensore sostitutivo dell’autocontrollo glicemico domiciliare e un algoritmo più avanzato, un altro avrà come microinfusore una patch, e sarà quindi senza catetere. C’è grande fermento su questo fronte, molte aziende ci stanno lavorando e un giorno potremo scegliere il pancreas artificiale più adatto al singolo soggetto. Nel frattempo, alcuni pazienti particolarmente avvezzi all’utilizzo delle tecnologie informatiche, alcuni anche in Italia, hanno già iniziato a costruirsi il proprio sistema personalizzato, utilizzando pompe e sensori di aziende diverse, messi in comunicazione tramite algoritmi scaricati online: è la community dei cosiddetti ‘Do-It-Youself’. Si tratta di sistemi non autorizzati, sicuramente non adatti a tutti, che la comunità scientifica però non può ignorare, ma al contrario deve cercare di gestire per garantire la sicurezza dei pazienti”.

“JDRF e la community DIY sono riuscite a far sì che FDA introducesse la designazione di ‘interoperabile’, riferita per ora ai soli microinfusori e ai sensori prodotti da aziende diverse in grado di dialogare tra loro, per facilitare la creazione di sistemi di pancreas artificiale”, illustra Claudio Cobelli, professore di bioingegneria presso l’Università di Padova. “Ma la questione non è ancora definita dal punto di vista legale in caso di eventi avversi: chi se ne assume la responsabilità? È una situazione analoga a quella della macchina a guida autonoma, la tecnologia è abbastanza matura ma se c’è un incidente cosa succede? Il fenomeno DIY sta comunque generando molti studi. Ad esempio, il nostro gruppo dell’Università di Padova e Pavia, in collaborazione con i colleghi dell’Università di Praga, ha condotto un’indagine volta a testare l’algoritmo Android Aps, molto utilizzato dalla community DIY europea. Lo studio, che è stato appena accettato per la pubblicazione sulla rivista Diabetes Technology & Therapeutics, ha dimostrato in simulazione l’efficacia e la sicurezza dell’algoritmo”.

“Il mondo del diabete tipo 1 è interessato da molte novità, non solo per quanto riguarda la tecnologia ma anche sul fronte della terapia farmacologica. A questo proposito AMD ha recentemente elaborato un sondaggio anonimo on-line sulla prescrizione degli inibitori SGLT-2 inibitori (SGLT-2i) a pazienti con DM1”, evidenzia Giuliana La Penna, Coordinatore del Gruppo di Studio AMD Diabete tipo 1 e Transizione. “I risultati dello studio hanno confermato che questi farmaci possono essere molto utili in pazienti con controllo glicemico subottimale, con necessità di perdere peso e ridurre il fabbisogno insulinico, ma lo specialista deve essere particolarmente attento nel fornire al paziente tutte le opportune raccomandazioni legate all’utilizzo di questi medicinali”.

Diabete di tipo 1: buoni risultati clinici nei centri italiani

Pubblicata la nuova Monografia degli Annali AMD interamente dedicata al diabete di tipo 1 (DM1). Ancora troppi i diabetici di tipo 1 che fumano o sono obesi

Il 30% dei pazienti con diabete tipo 1 presi in carico dai centri diabetologici italiani raggiunge valori corretti di emoglobina glicata, quasi la metà è in regola con il colesterolo e oltre il 70% con la pressione; il 12% è obeso, più di 1 su 4 fuma, il 40% presenta retinopatia, ma nel complesso 1 su 2 ha accesso a buoni livelli di cura. Sono questi alcuni dei dati che emergono dalla nuova Monografia Annali AMD “Profili assistenziali nei pazienti adulti con diabete tipo 1”, realizzata con il contributo non condizionante di Sanofi. L’analisi ha preso in esame 28.538 soggetti con DM1, elaborando i dati raccolti da 222 servizi di diabetologia diffusi sul territorio italiano.

“Abbiamo analizzato qualità di cura, approcci terapeutici e outcome raggiunti nei pazienti con diabete di tipo 1, fornendo una fotografia accurata delle loro caratteristiche cliniche e dei loro bisogni insoddisfatti”, spiega Domenico Mannino, Presidente Associazione Medici Diabetologi. “Tra le novità introdotte rispetto alle edizioni precedenti degli Annali, focus specifici sulle singole Regioni e approfondimenti sulla popolazione stratificata per genere, fasce di età, durata di malattia, tipo di trattamento (microinfusore vs iniezioni multiple di insulina), presenza di complicanze. A questo proposito è emerso, ad esempio, che le donne presentano un peggior controllo metabolico, che la fascia di età 65-74 anni è quella più monitorata, che l’abitudine al fumo è maggiore tra i pazienti con una storia di malattia più breve, che la percentuale di chi raggiunge livelli adeguati di cura complessiva è più elevata nei pazienti che impiegano il microinfusore (59%), rispetto a quelli in terapia multiniettiva (50%)”.

BEN MONITORATA L’EMOGLOBINA GLICATA, MENO ALTRI IMPORTANTI PARAMETRI DEL RISCHIO CARDIOVASCOLARE
Dalla Monografia emerge come la quasi totalità dei pazienti riceva almeno una misurazione all’anno dell’HbA1c (97%). Buona ma ancora non ottimale la registrazione annua della pressione arteriosa, che avviene nell’89% dei soggetti, così come quella del profilo lipidico (69%, con picchi dell’80% in Liguria, FVG, Trentino-Alto Adige e Piemonte). Abbastanza elevata l’attenzione del diabetologo verso la funzionalità renale: al 74% dei pazienti è stata misurata la creatininemia e il 57% ha ricevuto almeno una valutazione annuale dell’albuminuria (con un’ampia variabilità, da Regioni come il Molise dove non vi è alcuna rilevazione, ad altre quali Lombardia, Marche e Toscana che superano il 65%). Ancora insoddisfacente il controllo del piede diabetico (avviene in media solo nel 22% dei pazienti); in aumento rispetto al passato la percentuale di soggetti monitorati per la retinopatia (46%).

TROPPI PAZIENTI IN SOVRAPPESO, SOPRATTUTTO AL SUD
Meno di 1 paziente su 3 ha valori di emoglobina glicata a target (≤7%). È in regola con il colesterolo (LDL < 100 mg/dl) poco meno della metà del campione (49%) e con la pressione oltre il 70%. Per quanto riguarda la funzionalità renale, dei pazienti a cui è stata misurata l’albuminuria, il 26% è risultato avere valori indicativi di nefropatia. In linea con un fenomeno diffuso nella popolazione generale (l’aumento di sovrappeso e obesità), anche tra i pazienti con diabete tipo 1, l’Indice di Massa Corporea (BMI) medio è al limite del sovrappeso, con il 12% del campione obeso. Il dato mostra un gradiente Nord-Sud con la maggior percentuale di individui obesi concentrati nelle regioni meridionali. Solo il 9% dei soggetti è a target contemporaneamente per emoglobina glicata, colesterolo, pressione e BMI. Ancora troppi i diabetici di tipo 1 che fumano (26%).

OLTRE IL 12% DEI PAZIENTI USA IL MICROINFUSORE
Registrando un incremento progressivo nel corso degli ultimi anni, oggi i pazienti che praticano la terapia insulinica con il microinfusore sono il 12.6%. A livello regionale si osserva un gradiente nord-sud a favore di quest’ultimo per quanto riguarda l’infusione sottocutanea continua di insulina (CSII), in particolare Lazio con il 26%, Campania 24% e Calabria 24%. Nella maggior parte delle Regioni si osserva un utilizzo variabile tra il 10 e il 15%; mentre Emilia-Romagna, Veneto, Trentino-Alto Adige e Toscana si attestano su percentuali inferiori al 10%; anomalo il dato della Sicilia (2.6%).

Un paziente su 3 (30%) è in terapia con ipolipemizzanti; stessa percentuale per quelli in trattamento antiipertensivo. Tra i soggetti con livelli elevati di albuminuria, solo il 6% non risulta trattato con ACE-inibitori/Sartani. Di quelli con pregresso evento cardiovascolare, il 78% è in trattamento con antiaggreganti piastrinici, ad eccezione del Molise, che raggiunge il 100% di soggetti trattati, e della Campania, che arriva al 57%.

BUONI LIVELLI DI CURA, MA RETINOPATIA PER IL 40% DEI PAZIENTI
In base allo score Q (un punteggio tra 0 e 40 in grado di predire l’incidenza successiva di eventi cardiovascolari, che misura la qualità di cura complessiva erogata dai servizi diabetologici), il 51% del campione presenta uno score Q > 25, la miglior fascia di punteggio.

La prevalenza delle principali complicanze micro/macrovascolari del diabete nei pazienti tipo 1 è contenuta (infarto 1,1%, ictus 1,2%, ulcera acuta del piede 0,9%, dialisi 0,3), fatta eccezione per quanto riguarda la retinopatia che riguarda, con livelli di severità diversi, il 40% del campione.

“Da 10 anni l’iniziativa Annali AMD fornisce un quadro sui profili assistenziali delle persone con diabete di tipo 1 e 2 e sull’evoluzione nel tempo della qualità dell’assistenza. Nonostante i progressivi miglioramenti, occorre continuare a monitorare i bisogni insoddisfatti di entrambe le tipologie di pazienti, che permangono non solo per quanto riguarda il raggiungimento del compenso glicemicma anche per altri importanti fattori di rischio cardiovascolare”, conclude Mannino.

Diabete di tipo 1: l’incidenza aumenterà fino al 70%

AMD elabora il primo PDTA dedicato alla gestione di tutte le fasi della patologia. Oggi e domani a Ravenna summit dell’Associazione Medici Diabetologi

In Italia circa 250.000 persone, di cui 29.000 minori, convivono con il diabete mellito di tipo 1 (DMT1); numeri destinati a crescere nei prossimi anni, per via di predisposizione genetica, fattori ambientali e fenomeni migratori. Nonostante l’assistenza a questi pazienti sia quella che più di ogni altra contraddistingue il lavoro del diabetologo, oggi nei centri diabetologici è ancora negletta e in qualche modo “vittima” della marea diabete tipo 2. Per riportare l’attenzione su questa condizione specifica, garantendo ai pazienti le cure migliori, su tutto il territorio nazionale, l’Associazione Medici Diabetologi (AMD), grazie al Gruppo di Studio “Diabete tipo 1 e Transizione”, ha finalizzato il primo Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) interamente dedicato alla gestione del DMT1, in ogni fase della patologia, dall’esordio all’età anziana. Se ne parla oggi e domani a Ravenna, in occasione dell’evento “AMD e Diabete Tipo 1: come valorizzare il percorso di cura”.

“Nella pratica clinica quotidiana del DMT1, il centro diabetologico deve saper impiegare le tecnologie emergenti, conoscere gli ultimi aggiornamenti in tema di pancreas artificiale, ma anche lo scenario delle opzioni non tecnologiche, come le nuove insuline e le terapie non insuliniche orali e iniettive, ed essere strutturato sul fronte dell’educazione terapeutica”, dichiara Domenico Mannino, Presidente AMD e coordinatore scientifico dell’evento. “Il diabete tipo 1 è quindi materia molto complessa. Grazie al nuovo PDTA, abbiamo finalmente colmato un gap importante, perché non esisteva, ad oggi, un documento unitario ed esaustivo in proposito. L’incontro di oggi e domani è l’occasione per presentarlo alla comunità medico-scientifica e per fare il punto su tutti gli aspetti più salienti nella gestione del DMT1”.

“I diabetici di tipo 1 hanno bisogno di un gruppo di professionisti della salute con conoscenze e competenze specifiche, non solo su farmacocinetica e farmacodinamica delle insuline, modalità più innovative di somministrazione della stessa e di misurazione della glicemia o sull’ultimo sistema che si avvicina al pancreas artificiale, ma anche e soprattutto sul piano empatico”, sottolinea Paolo Di Bartolo, Vicepresidente AMD, organizzatore dell’evento dell’8 e 9 marzo. “È importante parlare delle nuove ipotesi di cura e delle ultimissime tecnologie, perché ci sono pazienti che iniziano a realizzarsi da soli “in casa” il pancreas artificiale e necessitano di adeguato supporto, affinché non commettano errori; in questi giorni ci confronteremo anche sulla possibilità futura di una cura biologica definitiva e di una terapia genica che renda le cellule di nuovo capaci di produrre insulina. Ma non dobbiamo dimenticare l’ambito relazionale-educativo, discutendo quali siano gli strumenti più adatti per ingaggiare il paziente, rendendolo protagonista del percorso di cura. Il coinvolgimento attivo della persona diabetica, infatti, insieme all’appropriatezza nella scelta terapeutica, è la chiave per conciliare qualità, sostenibilità ed equità delle cure”.

“Oggi, più che mai, occorre occuparsi di diabete tipo 1, la cui incidenza nei prossimi anni aumenterà del 70% nella fascia 0-29 anni e del 50% nei piccoli fino a 4 anni”, spiega Giuliana La Penna, Coordinatore del Gruppo di Studio AMD Diabete tipo 1 e Transizione. “In passato era considerato una condizione di pertinenza dei centri pediatrici, dato che colpisce prevalentemente bambini e giovani. Questi ragazzi, però, crescono e dai 18 anni vanno accolti nei centri diabetologici degli adulti. Per garantire che il passaggio avvenga nel modo migliore e tutti i diabetici di tipo 1 ricevano un’assistenza adeguata alle loro specifiche esigenze, abbiamo redatto il primo PDTA certificato, mettendo nero su bianco i requisiti minimi che un centro diabetologico deve avere per prendere in carico questi pazienti, in ogni fase della patologia. Fra i requisiti irrinunciabili: la presenza di un team multidisciplinare (per il quale abbiamo dettagliato l’elenco dei compiti di ogni professionista), l’utilizzo della cartella clinica informatizzata (perché, per occuparsi di DMT1, è imprescindibile conoscere e saper impiegare le nuove tecnologie) e l’educazione terapeutica strutturata. Il prossimo passo sarà quello di presentare il PDTA alle Regioni, affinché si attivino per una sua concreta e omogenea applicazione su tutto il territorio nazionale”.

Antibiotico-resistenza, 11mila morti in Italia: in aumento con Covid 

Il 2019 si era chiuso con un problema nettamente preponderante in ambito infettivologico: l’antibiotico-resistenza. È di fatto una pandemia silente e poco conosciuta, ma colpisce ospedali e territorio. Si stima che nel mondo, nel 2050, le infezioni batteriche causeranno circa 10 milioni di morti all’anno, superando ampiamente i decessi per tumore (8,2 milioni), diabete (1,5 milioni) o incidenti stradali (1,2 milioni) con una previsione di costi che supera i 100 trilioni di dollari. La pandemia ha lasciato in ombra questa come altre tematiche, ma la resistenza dei batteri agli antibiotici non è passata in secondo piano, anzi, proprio il Covid, per vari fattori, a partire dal sovraffollamento degli ospedali, ha provocato un aumento della circolazione dei germi resistenti. Questo uno dei temi centrali del XIX congresso della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit). 

“Durante la pandemia abbiamo notato un aumento di germi multiresistenti soprattutto nei pazienti ricoverati nelle terapie intensive – sottolinea Pierluigi Viale, Direttore Uo Irccs Policlinico Sant’Orsola, di Bologna, e presidente del congresso Simit -. Questo incremento ci riporta alla tematica più urgente dell’infettivologia prima della pandemia, i batteri multiresistenti”.  

“In Europa – ricorda – vi sono quasi 700mila casi di infezioni di germi multiresistenti ogni anno, con oltre 33mila decessi; una quota rilevante, pari a circa 10-11mila casi avviene in Italia. Il nostro è tra i Paesi in cui il fenomeno è più acuto: una spiegazione razionale risiede nel fatto che il nostro Ssn è tra i più etici al mondo, senza rinunciare mai a dare una chance a ogni paziente, sebbene ciò implichi un costo in termini di elevata ospedalizzazione e di complicanze infettive. In altri termini – ha riassunto – possiamo dire che le resistenze dei germi sono un effetto collaterale di un sistema efficiente”. 

L’impegno da parte degli infettivologi per fronteggiare questa emergenza già dilagante – riferisce una nota – è dunque massimo. “Il Piano nazionale per la lotta all’antibiotico-resistenza prevede che il sistema sanitario lavori applicando i principi di infection control e di antimicrobial stewardship, ormai condivisi in tutto il mondo, al fine di ridurre l’incidenza di infezioni correlate alla assistenza e di migliorare le strategie di utilizzo degli antibiotici”, evidenzia Francesco Cristini, direttore Uo Malattie infettive Ospedale di Rimini e Forlì/Cesena, Ausl Romagna e presidente del XIX congresso Simit. 

“L’antimicrobico-resistenza – prosegue – si combatte utilizzando gli antibiotici in modo corretto e prevenendo le infezioni. Per fare prevenzione si deve partire dalle più elementari buone pratiche assistenziali, come il lavaggio delle mani, visto che le infezioni correlate alla assistenza sono il prototipo delle malattie da contatto. I pazienti ricoverati – aggiunge – sono portatori di batteri anche multiresistenti e la continua assistenza che ricevono dai sanitari può diventare veicolo nello spostamento dei germi: il lavaggio delle mani diventa così una barriera nel trasporto dei batteri multiresistenti, che possono provocare infezioni soprattutto sui pazienti più fragili”.  

“Poi c’è il versante farmacologico: più antibiotici si usano, più i batteri acquisiscono resistenza, per questo – ammonisce – bisogna usarli quando realmente c’è bisogno, ossia quando un’infezione batterica è accertata o clinicamente sospetta, e non come pratica di medicina difensiva. Il tema dell’abuso di antibiotici emerge ogni anno con l’epidemia invernale di influenza e si è proposto anche quest’anno per la Covid-19, che sono infezioni virali e per le quali gli antibiotici non servono in prima battuta, ma solo in pazienti ben selezionati che possono avere una infezione batterica, anche sospetta, concomitante. Gli antibiotici devono poi essere usati con durate di trattamento e dosaggi adeguati, evitando sproporzioni rispetto alle reali necessità”, conclude. 

Diabete: il sottoutilizzo delle nuove terapie aumenta il rischio

Il sottoutilizzo delle nuove terapie aumenta il rischio di complicanze cardio-renali. Ne beneficia solo il 10-15% dei potenziali pazienti

Per chi soffre di diabete, le complicanze cardio-renali rappresentano la principale causa di morbilità e mortalità. Si calcola che circa il 20% dei pazienti diabetici abbia una storia di malattia cardiovascolare e quasi il 30% soffra di insufficienza renale cronica, percentuale, quest’ultima, in forte aumento a causa del progressivo invecchiamento della popolazione (1 persona con diabete su 7 ha più di 65 anni). L’aumento del rischio di complicanze potrebbe oggi avvalersi di un maggiore utilizzo delle nuove terapie come gli inibitori SGLT2, che sono ancora sottoutilizzati, nonostante recenti studi clinici abbiano dimostrato la loro efficacia nella riduzione del rischio cardiovascolare, della progressione della malattia renale e della mortalità associata alle complicanze cardio-renali.

Questo il principale dato che emerge dalla Monografia Annali “Benefici cardio-renali derivanti dall’applicazione dei risultati dei recenti trial condotti con Canagliflozin alla realtà diabetologica italiana” realizzata dall’Associazione Medici Diabetologi (AMD) e dalla Fondazione AMD onlus, con il contributo non condizionante di Mundipharma. AMD ha analizzato i risultati degli studi clinici CANVAS e CREDENCE (della classe degli SGLT2i) nella popolazione real world contenuta negli Annali 2020 che conta oltre 470 mila soggetti con diabete di tipo 2 monitorati in 258 centri di diabetologia italiani.

L’analisi condotta sulla base dei dati Annali AMD ha evidenziato un indubbio sottoutilizzo di questa classe di farmaci a scapito dei significativi guadagni in salute di cui la persona con diabete potrebbe beneficiare, sia in termini di riduzione degli eventi cardiovascolari e renali, sia di ricoveri per scompenso cardiaco e di mortalità. Infatti, rispetto al potenziale 27% di soggetti arruolabili nello studio CANVAS, solo il 15% è effettivamente in trattamento con un SGLT2i. E lo stesso trend viene dimostrato in riferimento allo studio CREDENCE: del 2,8% dei soggetti potenzialmente eleggibili, solo il 10% viene trattato con questa classe di farmaci. La popolazione del real world trattata con questa classe di farmaci è più giovane, si tratta prevalentemente di uomini e di pazienti in prevenzione secondaria – spiega Valeria Manicardi, Coordinatore del Gruppo Annali AMD a testimoniare una certa resistenza a trattare pazienti più anziani e le donne, che pure hanno un elevato rischio cardio-renale”.

“Preoccupa la diffusa resistenza da parte dei diabetologi alla prescrizione e all’utilizzo di questi farmaci nei soggetti con diabete di tipo 2 ad alto rischio cardiovascolare, in parte dovuto ai vincoli dei piani terapeutici, e alla impossibilità nel 2018 di trattare i pazienti con insufficienza renale cronica” – prosegue Manicardi. “Le evidenze scientifiche di cui disponiamo oggi sono tali da indurre la comunità diabetologica a vincere l’inerzia terapeutica e ad estendere l’uso di questi farmaci anche alle persone con diabete in prevenzione primaria e alla popolazione anziana over 65 – che rappresenta il 67% degli oltre 470 mila diabetici con diabete tipo 2 monitorati nel Database Annali AMD – che potrebbe beneficiare di significative riduzioni di rischio cardiovascolare e renale”.

Ripensare assistenza diabetici dopo lezione Covid-19, focus esperti  

Se le persone con diabete sono state tra le maggiori vittime del virus Sars-CoV-2, proprio l’emergenza sanitaria Covid-19 rischia di avere gravi ripercussioni sulla cura della malattia diabetica, sul suo controllo e sull’insorgenza di complicanze a medio e lungo termine. Sarà…

Coronavirus Lazio, 154 nuovi casi. D’Amato: “Attenzione alta a Pasqua” 

Nel Lazio “oggi registriamo un dato di 154 casi di positività e un trend al 3,5%. Aumenta la forbice tra coloro che escono dalla sorveglianza domiciliare (16.611) e coloro che sono entrati in sorveglianza (12.792)”, pari a “circa 4 mila unità”. Lo riferisce l’assessore regionale alla Sanità e Integrazione socio sanitaria, Alessio D’Amato, dopo che si è conclusa la videoconferenza della task-force regionale per Covid-19 con i direttori generali delle Asl e Aziende ospedaliere e Policlinici universitari e ospedale pediatrico Bambino Gesù. “Bisogna ora mantenere alta l’attenzione per le giornate di Pasqua e Pasquetta”, afferma.  

I guariti “salgono di 43 unità – evidenzia D’Amato – arrivando a 687 totali”, pari a “3 volte il numero dei decessi complessivi, mentre nelle ultime 24 ore i decessi sono stati 10 e sono stati eseguiti circa 62mila tamponi”. Per quanto riguarda i Dpi, dispositivi di protezione individuale, “oggi sono in distribuzione presso le strutture sanitarie: 395.200 mascherine chirurgiche, 10.100 maschere Ffp2, 3.500 maschere Ffp3, 31.250 calzari, 48.300 guanti e 52.800 cuffie”. 

Sottolinea ancora D’Amato: “Al Covid Spoke Hospital di Palestrina abbiamo il primo paziente guarito: si tratta di un uomo di 57 anni giunto con una polmonite Covid e affetto da diabete e cardiopatia. Nella Asl di Viterbo registriamo una criticità presso la casa di riposo nel Comune di Celleno e nella Asl di Frosinone gli operatori hanno voluto ringraziare e augurare una pronta guarigione al direttore generale Stefano Lorusso”, positivo al nuovo coronavirus. “A Rieti proseguono le verifiche delle strutture per anziani e la situazione del comune di Contigliano è sotto controllo. Sono stati trasferiti presso l’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani tutti i crocieristi positivi Covid-19. Parte domani all’Istituto nazionale tumori-Ifo, e sarà attivo durante le festività pasquali – informa l’assessore – il servizio ‘InFO: Mi prendo cura di te’, la linea di ascolto attiva per offrire il supporto telefonico e relazionale ai pazienti cronici, oncologici e con patologie rare e ai loro famigliari. La linea telefonica è attiva dalle 12 alle 18, 7 giorni su 7, e sarà attivata anche in video chat”. 

La Regione dettaglia quindi la situazione in tutte le realtà.  

Asl Roma 1 – 7 nuovi casi positivi. 1.709 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare;  

Asl Roma 2 – 10 nuovi casi positivi. 6 pazienti sono guariti. 1.521 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. Tutti i tamponi finora eseguiti a Rebibbia sono negativi. I casi positivi del Selam Palace sono stati posti in isolamento domiciliare;  

Asl Roma 3 – 18 nuovi casi positivi, la maggior parte riferibili al cluster della casa di riposo delle suore cappuccine di Acilia. I casi positivi si stanno trasferendo all’ospedale Grassi di Ostia. 1.846 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare;  

Asl Roma 4 – 7 nuovi casi positivi. 1 paziente è guarito. 3 decessi: un uomo di 68, un uomo di 82 anni e una donna di 75 anni, tutti con gravi patologie pregresse. 1.975 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare; 

Asl Roma 5 – 19 nuovi casi positivi. 1 paziente è guarito, il primo al Covid Spoke Hospital di Palestrina: un uomo di 57 anni entrato il 15 marzo con polmonite Covid, affetto da cardiopatia ischemica e diabete di tipo 2. Ha effettuato ossigenoterapia con casco Cpap. Torna a casa accompagnato dalla moglie. 2 pazienti sono deceduti. 2.190 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. Proseguono i trasferimenti dei pazienti positivi del Nomentana Hospital presso strutture di Rsa Covid o ospedaliere a seconda delle disposizioni mediche;  

Asl Roma 6 – 25 nuovi casi positivi. 9 pazienti sono guariti. 2 decessi: un uomo di 81 anni e una donna di 86, entrambi con patologie pregresse. 1.043 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. Attenzionata la casa di riposo di Albano, Villa Nina di Frattocchie, San Raffaele di Rocca di Papa e Ini di Grottaferrata. 

Asl di Latina – 10 nuovi casi positivi tutti in isolamento domiciliare. 2 pazienti sono guariti. 4.477 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare;  

Asl di Frosinone – 12 nuovi casi positivi, tra cui il direttore generale della Asl. 2 pazienti sono guariti. 323 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. Continuano i controlli nelle case di riposo del territorio;  

Asl di Viterbo – 33 nuovi casi positivi di cui 31 riferibili al cluster della casa di riposo Villa Noemi di Celleno. 12 i pazienti che sono guariti. Deceduto un uomo di 78 anni con precedenti patologie. 2.397 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. Su Celleno si stanno valutando ulteriori misure;  

Asl di Rieti – 13 nuovi casi positivi. 3 pazienti sono guariti, 2 di Cantalupo e uno di Rieti. 2 decessi: una donna di 89 anni e una donna di 86 entrambe con gravi patologie pregresse. 43 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. 

Policlinico Umberto I – 159 pazienti ricoverati di cui 21 in terapia intensiva. 5 pazienti guariti;  

Azienda ospedaliera San Giovanni – Attivo il laboratorio per il test Covid h24;  

Azienda ospedaliera Sant’Andrea – 140 pazienti ricoverati di cui 28 in terapia intensiva. Nessun positivo in accesso al pronto soccorso. Zero decessi. 3 pazienti guariti;  

Policlinico Gemelli – 201 pazienti ricoverati di cui 30 in terapia intensiva al Covid Hospital Columbus. 17 pazienti guariti. Al Marriott Hotel 110 pazienti in isolamento domiciliare, oggi record di tamponi effettuati 659 in ultime 24h;  

Policlinico Tor Vergata – Attivati ulteriori 16 posti letto di malattie infettive Covid. 

Azienda ospedaliera San Camillo – Si lavora per attivare anche il turno notturno del laboratorio per test Covid;  

Ospedale pediatrico Bambino Gesù – 9 bambini ricoverati e 6 mamme positive nel Centro Covid di Palidoro, tutti in buone condizioni cliniche. Negli ultimi 15 giorni oltre 1.500 consulenze telefoniche alle famiglie e teleconsulti con la rete di 700 pediatri di libera scelta e 24 reparti pediatrici regionali. Oltre 1.000 i pazienti cronici complessi seguiti dai servizi di telemonitoraggio potenziati in questa fase di emergenza;  

Ifo – Parte domani, e resterà attivo anche a Pasqua e Pasquetta, il servizio ‘InFO: Mi prendo cura di te’, la linea di ascolto attiva per offrire il supporto telefonico e relazionale ai pazienti cronici, oncologici e con patologie rare e ai loro famigliari. La linea telefonica è attiva dalle 12 alle 18, 7 giorni su 7, e sarà attivata anche in video chat. 

Ares 118 – Effettuati 68 trasferimenti: tutti i crocieristi positivi di Via Perlasca presso l’Istituto Spallanzani e prosegue lo svuotamento del Nomentana Hospital; Università Campus Bio-Medico – 21 pazienti ricoverati di cui 12 in terapia intensiva al Covid Center. 

Intanto “proseguono i controlli a tappeto nelle case di riposo e nelle Rsa su tutto il territorio” del Lazio. “In merito alla situazione delle strutture residenziali, l’Istituto superiore di sanità (Iss) ha realizzato una survey nazionale sul contagio da Covid-19 aggiornato al 6 aprile, che registra per il Lazio un tasso di mortalità 10 volte inferiore a quello della Lombardia: 0,7% contro 6,8%” afferma D’Amato.  

Coronavirus, non solo tosse e febbre: tutti i segnali del Covid-19 

Covid-19 una malattia dai mille volti. Lo sanno bene i medici di ogni parte del mondo che stanno curando i contagiati, e che ogni giorno imparano qualcosa in più sugli effetti del nuovo coronavirus, sui sintomi e i ‘danni’ che provoca all’organismo umano. Dunque a tosse e febbre, i primi ‘segnali’ registrati in ordine di tempo, si sono aggiunti con il passare dei giorni la perdita dell’olfatto, spesso associata alla mancanza del senso del gusto, ma anche – più recentemente – sintomi gastrointestinali, dermatologici, cardiaci. A descrivere le diverse forme cliniche con cui si manifesta l’infezione, ma non solo, sono le pubblicazioni scientifiche che ‘lievitano’ di giorno in giorno. 

Lavori scientifici che evidenziano anche la complessità del profilo clinico e biologico di alcuni pazienti: ad esempio sono stati illustrati casi di infezione asintomatica in alcune persone che presentavano però, dal tampone naso-faringeo, una carica virale simile a quella osservata nei pazienti sintomatici. Allo stesso modo, ci sono stati casi di pazienti moderatamente sintomatici che avevano anomalie polmonari significative visibili agli esami del torace. Questa una rassegna delle principali pubblicazioni scientifiche, segnalate dal quotidiano francese ‘Le Monde’, che mostrano la complessità della malattia causata dal Sars-CoV-2 e che aggiungono, di volta in volta, nuove tessere al puzzle ancora molto incompleto delle conoscenze. 

INFLUENZA E COVID-19 – Naso che cola, febbre, tosse, lombalgia, affaticamento: i primi sintomi di Covid-19 sono paragonabili a quelli dell’influenza. E’ comprensibile che non sia stato facile distinguere tra queste due patologie lo scorso gennaio in Cina, come evidenziato da un caso riportato l’11 marzo sulla rivista ‘Emerging Infectious Diseases’. La storia è quella di un uomo di 69 anni ricoverato al China-Japan Friendship Hospital di Pechino per febbre e tosse secca. Il paziente, che si era recato a Wuhan tra il 18 dicembre 2019 e il 22 gennaio 2020, ha iniziato a manifestare sintomi il 23 gennaio. Lo scanner toracico ha poi mostrato immagini anomale del polmone destro. Il suo recente viaggio nella città epicentro dell’epidemia allerta l’assistenza sanitaria. I tamponi nasofaringei sono negativi per Sars-CoV-2, ma positivi per l’influenza A.  

Il paziente lascia l’ospedale, ma i medici gli chiedono di rimanere confinato a casa. Le sue condizioni cliniche si stanno deteriorando, per cui viene ricoverato di nuovo in ospedale. Gli esami toracici questa volta mostrano un danno polmonare diffuso, che indica una sindrome respiratoria acuta grave. Il quarto test diagnostico Pcr sull’espettorato è ancora negativo. Eseguono quindi una broncoscopia con la raccolta di liquido bronco-alveolare. Sofisticati esami di biologia molecolare rivelano finalmente la presenza di materiale genetico di Sars-CoV-2 nel fluido bronco-alveolare, e il test Pcr (esame della proteina C-reattiva rilasciata nel sangue poco dopo l’inizio di un’infezione, un’infiammazione o un danno ai tessuti), risulta positivo. Questo caso clinico mostra la difficoltà di diagnosticare Covid-19 in caso di falsi risultati negativi su campioni nasofaringei ma positivi per un altro virus respiratorio. 

PAZIENTI POSITIVI ANCHE DOPO LA ‘GUARIGIONE’ – Un’altra situazione complessa è quella dei pazienti curati da Covid-19 in cui il virus Sars-CoV-2 continua a essere rilevabile. I radiologi e i biologi dell’ospedale di Hongnan dell’Università di Wuhan hanno riferito il 27 febbraio sul ‘Journal of the American Medical Association’ (Jama) il caso di 4 pazienti, operatori sanitari, che erano stati esposti al coronavirus. Tutti hanno un test Pcr positivo e gli Rx al torace mostrano immagini polmonari anormali.  

In questi 4 pazienti la malattia di Covid-19 è da lieve a moderata, dunque viene permesso loro di lasciare l’ospedale dopo che l’équipe medica ha osservato la risoluzione dei sintomi e delle anomalie polmonari, nonché la mancanza di rilevamento dell’Rna virale in due serie di campioni di vie aeree superiori a intervalli di 24 ore. A seconda dei casi, tra 12 e 32 giorni trascorsi tra l’insorgenza dei sintomi e la cura. 

Non solo: al momento della dimissione dall’ospedale e alla fine della quarantena il test Pcr su campioni respiratori tra il 5 e il 13esimo giorno continuano ad essere positivi. Casi emblematici, questi, che suggeriscono quindi come una piccola percentuale di pazienti curati può ancora essere portatore del coronavirus. 

SINTOMI GASTROINTESTINALI – Sono diversi gli studi che descrivono la presenza di sintomi gastrointestinali nell’infezione da Sars-CoV-2. Alcuni casi, registrati in Cina, riferiscono di pazienti Covid-19 che come primo sintomo hanno avuto diarrea e addirittura, in casi più rari, i pazienti hanno solo sintomi gastrici senza quelli respiratori. Pubblicato il 28 marzo sull”American Journal of Gastroenterology’, uno studio retrospettivo ha coinvolto 204 pazienti di età media 54 anni. Di questi più della metà, 103 pazienti, ha avuto uno o più sintomi gastrointestinali, in 97 casi accompagnati a quelli respiratori gli altri no. In totale il 18% dei pazienti analizzati ha presentato almeno un sintomo gastrointestinale specifico (diarrea, nausea, vomito o dolore addominale), e spesso ha anche un aumento del livello di enzimi epatici. Gli autori dello studio hanno anche notato che il periodo che intercorre tra l’insorgenza dei sintomi gastrointestinali e il ricovero è significativamente più lungo (9 giorni) rispetto agli altri (7 giorni).  

Ma come si spiega questa sintomatologia? I ricercatori avanzano diverse ipotesi. In primo luogo, Sars-CoV-2 è simile al coronavirus responsabile della Sars (Sars-CoV). Entrambi usano il recettore Ace2 come ‘porta d’ingresso’ nelle cellule che infettano. Il virus della Sars provoca danni al fegato aumentando l’espressione del recettore Ace2 nel fegato, quello del nuovo coronavirus può anche danneggiare, direttamente o indirettamente, il sistema digestivo attraverso la risposta infiammatoria del corpo. Diversi studi hanno anche dimostrato la presenza del materiale genetico del virus nelle feci (fino al 53% dei pazienti analizzati). Infine, la presenza di coronavirus può interrompere il microbiota intestinale, e per questo sono in corso studi per analizzare l’impatto della Sars-CoV-2 sulla flora batterica intestinale. 

A conferma della presenza dei sintomi gastrointestinali, c’è anche uno studio italiano, condotto da ricercatori dell’Università Sapienza e Tor vergata di Roma, pubblicato sulla rivista ‘Cureus Journal of Medical Science’ – che ritiene questi sintomi una importante ‘spia’ del coronavirus, dal momento che in alcuni casi compaiono prima ancora dei classici problemi respiratori o addirittura restano gli unici sintomi di Covid-19. Da qui l’invito dei ricercatori a non sottovalutarne la comparsa, come spesso accade.  

TRASMISSIONE ORO-FECALE – Su questo tema ci sono ancora pochi studi, dunque è difficile trarre conclusioni su una trasmissione del virus attraverso questa modalità. Ma uno studio pediatrico cinese, pubblicato il 13 marzo su ‘Nature Medicine’, ha mostrato che in 8 bambini il virus era presente nelle feci, mentre i campioni nasofaringei erano negativi. Una evidenza, questa, che lascia aperta la possibilità di una trasmissione oro-fecale da feci infette. 

Allo stesso modo, uno studio cinese pubblicato l’11 marzo sul ‘Jama’, condotto su 205 adulti con Covid-19, ha rilevato attraverso la Pcr la presenza di coronavirus nel 29% dei campioni fecali (44 su 153 analizzati). Particelle virali vitali sono state osservate anche nella microscopia elettronica in quattro campioni di feci di due pazienti che non avevano diarrea. 

Infine, uno studio dell’Università cinese di Hong Kong, pubblicato il 28 marzo sul ‘Journal of Microbiology, Immunology and Infection’, ha evidenziato che Sars-CoV-2 può restare nell’apparato digestivo più a lungo che in quello respiratorio. Il coronavirus infatti scomparve dalle vie aeree all’incirca entro 2 settimane dal calo della febbre, mentre l’Rna virale era talvolta rilevabile nelle feci per più di 4 settimane. Anche in questo caso, la persistenza del virus nelle feci fa propendere sull’ipotesi di una possibile trasmissione oro-fecale. Tutti questi risultati sottolineano ancora di più l’estrema importanza dell’igiene, in particolare il lavaggio delle mani, per evitare – anche se non ancora confermata – una eventuale trasmissione oro-fecale. 

SINTOMI DERMATOLOGICI – Molto recentemente, anche le manifestazioni cutanee legate a Covid-19 hanno attirato l’attenzione dei dermatologi. In questo caso di quelli lombardi che, nella fase emergenziale, si sono trovati, come gli altri medici, in prima linea. Le loro osservazioni quotidiane si sono tradotte in uno studio, pubblicato il 26 marzo sulla rivista ‘European Academy of Dermatology’. Un articolo anomalo, per questa branca della medicina, perché privo di fotografie, in quanto ai medici era impossibile girare da una stanza all’altra con una macchinetta potenzialmente contaminata dal virus. 

In totale, degli 88 pazienti studiati, 18 (20%) hanno presentato manifestazioni cutanee: 8 all’inizio della malattia e 10 durante il ricovero. Si trattava di eruzioni cutanee eritematose (arrossamento), orticaria diffusa o addirittura vescicole, lesioni più spesso concentrate sul tronco che guarivano in pochi giorni, non proporzionali alla gravità della malattia, e che assomigliavano più ai sintomi osservati nelle comuni infezioni virali. 

DANNI CARDIACI – Un tema molto dibattuto è quello dell’impatto delle patologie cardiache sulla mortalità da Covid-19, alla luce dei più recenti dati clinici. I primi dati arrivano il 24 gennaio, quando i medici dell’ospedale Jin Yin-tan di Whuan descrivono sul ‘Lancet’ le caratteristiche cliniche di 41 pazienti cinesi ricoverati in ospedale per polmonite e infettati da quello che all’epoca non aveva ancora un nome, ed era noto come il nuovo coronavirus. Cinque di questi pazienti hanno un coinvolgimento cardiaco acuto, il 12% della coorte presa in esame. Due settimane dopo, il 7 febbraio, un team dell’ospedale Zhongnan di Wuhan riferisce sul ‘Jama’ le complicazioni sviluppate da 85 pazienti ricoverati per polmonite associati al nuovo coronavirus. Di questi, circa il 16% ha avuto aritmie e il 7% un infarto. 

Recentemente è stato confermato che la sindrome respiratoria acuta grave legata al Sars-CoV-2 può talvolta essere accompagnata da un danno al miocardio. Gli studi hanno valutato il livello ematico di marker cardiaci, sostanze normalmente presenti nel muscolo cardiaco, ma che vengono rilasciate nella circolazione solo se il miocardio è danneggiato o necrotico. Medici dell’ospedale universitario Renmin di Wuhan hanno descritto in uno studio pubblicato il 27 marzo sul ‘Jama Cardiology’ l’importanza delle malattie cardiache in termini di mortalità. Il loro studio ha coinvolto 416 pazienti ricoverati per Covid-19. Circa il 20% dei pazienti ha avuto un danno cardiaco definito da un’elevato aumento nel sangue della troponina, spia di sofferenza miocardica. 

Rispetto ai pazienti senza malattie cardiache, quelli che hanno sviluppato questo tipo di lesione erano più anziani (età media 74 anni contro 60 anni). La presenza di una patologia preesistente (ipertensione, diabete, malattia coronarica, insufficienza cardiaca, malattia cerebrovascolare) era più frequente nei pazienti che hanno avuto un coinvolgimento cardiaco. Ma soprattutto, i pazienti con patologie cardiache erano quelli più (il 58%) presentavano un disturbo respiratorio acuto rispetto agli altri (4%). Tra questi, il tasso di mortalità era significativamente più alto (51%) rispetto ai pazienti senza coinvolgimento cardiaco (4,5%). 

QUALI I POSSIBILI LEGAMI TRA COVID-19 E CUORE – Si studia, ma resta ancora da capire, come un coronavirus possa provocare un danno cardiaco. Sempre basandosi sulla letteratura scientifica e nulla altro, andando indietro nel tempo, vediamo che nel 2006 uno studio condotto su 121 pazienti colpiti dalla Sars aveva mostrato la presenza di ipertensione nella metà dei soggetti studiati (61 persone). Tra questi, circa il 72% aveva tachicardia, che di solito scompariva spontaneamente e non era associata a un rischio di morte. Una situazione, quella descritta nel 2006, diversa però da con ciò che osserviamo con Sars-CoV-2. Infatti, i cardiologi dell’ospedale Renmin di Wuhan riportano che oltre la metà dei pazienti Covid-19 che hanno sviluppato un danno cardiaco durante il ricovero sono morti.  

Ma la questione è ancora molto dibattuta e assolutamente aperta. Diverse evidenze scientifiche hanno mostrato, come anche nella Mers, che il danno cardiaco potrebbe essere direttamente causato dal coronavirus nella misura in cui il recettore Ace2, porta d’ingresso del virus nelle cellule umane, è fortemente espresso nel cuore. Da qui l’ipotesi del coinvolgimento del recettore Ace2 nei danni cardiaci osservati nei pazienti Covid-19. 

Non sembra però che le cose siano così semplici. In effetti, un recente studio di anatomopatologia ha scoperto che, all’autopsia, poche cellule infiammatorie risultavano effettivamente infiltrate nel tessuto cardiaco dei pazienti. Inoltre, le lesione miocardiche non sono significative. Sembrerebbe quindi che il virus Sars-CoV-2 non sia direttamente responsabile del danno cardiaco, dunque sono necessari ulteriori studi per determinare se il virus stesso può causare danni al muscolo cardiaco. 

LA ‘TEMPESTA DI CITOCHINE’ – Le cardiopatie acute possono derivare da quella che gli immunologi chiamano “tempesta citochinica”, un massiccio rilascio di molecole infiammatorie prodotte dal sistema immunitario, fortemente ‘impegnato’ a lottare contro un’infezione virale. Questa reazione incontrollata, legata a una sovrapproduzione di questi messaggeri chimici prodotti dalla continua attivazione delle cellule immunitarie (linfociti, macrofagi), è pericolosa per la vita in quanto è responsabile di infiammazione generalizzata, instabilità della pressione sanguigna e deterioramento del funzionamento di diversi organi (insufficienza multiviscerale). I pazienti con Covid-19 ricoverati in terapia intensiva hanno dimostrato di avere alti livelli ematici in citochine, tra cui interleuchina e Tnf-alfa. Queste molecole infiammatorie potrebbero portare alla morte dei cardiomiociti, cellule muscolari cardiache. 

I ricercatori del Renmin Hospital dell’Università di Wuhan riferiscono di aver registrato livelli significativamente alti dei marcatori di infiammazione (Crp, procalcitonina) in pazienti con malattie cardiache. Il 27 marzo uno studio pubblicato sul ‘Jama Cardiology’, condotto da medici dell’ospedale universitario di Wuhan su 187 pazienti Covid-19, ha riportato risultati simili. Circa il 28% dei pazienti ha sviluppato malattie cardiache, definite da un importante aumento dei livelli ematici di T troponina. Gli autori hanno scoperto che la mortalità era significativamente più alta nei pazienti con alti livelli di troponina T rispetto a quelli con livelli normali di questo marcatore cardiaco. Il tasso di mortalità era rispettivamente del 59% rispetto al 9% circa. 

Rispetto ai pazienti con livelli normali di troponina T, quelli con alti livelli avevano un più alto tasso di complicanze: distress respiratorio, gravi disturbi del ritmo cardiaco, insufficienza renale acuta, disturbo emorragico acuto. La presenza combinata di malattie cardiovascolari preesistenti e di alti livelli di troponina T è stata associata durante il ricovero a un alto livello di mortalità (69%). Un valore significativamente inferiore (35%) nel gruppo di pazienti che sono con malattie cardiovascolari ma senza alti livelli di troponina T. E ancora: il tasso di letalità era del 13% tra i pazienti senza malattie cardiovascolari preesistenti e con un normale livello di troponina T. Queste informazioni, che arrivano in tempo reale dalla comunità scientifica, sono dunque della massima importanza perché indicano che Covid-19 può non solo aggravare una condizione cardiovascolare preesistente ma anche indurre danni muscolari cardiaci significativamente associati a un aumento della mortalità. 

Giornata Mondiale del Diabete: in Lombardia 400.000 pazienti

Si parlerà di diabete il 13 novembre all’Ospedale San Giuseppe di Milano e il 14 novembre in un convegno all’IRCCS MultiMedica

In Italia si contano circa 5 milioni di persone con diabete di tipo 2, 400.000 solo in Lombardia, che sempre più spesso fanno i conti anche con grasso e conseguente eccesso ponderale: il 40% dei diabetici T2 è infatti obeso e un altro 40% in sovrappeso. L’obesità interessa nel complesso il 10% della popolazione italiana, con un rapporto donne – uomini di 5 a 1. In occasione del World Diabetes Day del 14 novembre, proprio con l’obiettivo di far luce su diabete e obesità, importanti patologie sempre più spesso “conviventi”, il Gruppo MultiMedica organizza due eventi: un incontro aperto al pubblico, il 13 novembre alle ore 18.00, nell’ambito dei Mercoledì della Salute dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, per rispondere alle domande dei cittadini su come combattere diabete e obesità a tavola, e il convegno “Obesità: malattia dell’organo adiposo”, in programma giovedì 14 novembre, all’IRCCS di Sesto San Giovanni, durante il quale gli esperti approfondiranno caratteristiche e anomalie del tessuto adiposo nei pazienti obesi.

“Obesità e diabete non sono solo malattie di per sé ma anche importanti fattori di rischio per lo sviluppo di patologie cardiovascolari e cerebrovascolari, che a loro volta rappresentano la principale causa di morte nel mondo occidentale”, sottolinea Cesare Berra, tra i relatori del convegno del 14 novembre e Direttore del Dipartimento Interaziendale di Diabetologia e malattie metaboliche del Gruppo MultiMedica, dove ogni anno vengono seguiti circa 10.000 pazienti. “Oltre al ‘lifestyle change’, che include dieta, attività fisica e terapia educazionale, i farmaci sono fondamentali. Le più recenti categorie di molecole antidiabetiche, glifozine e incretine, si sono dimostrate efficaci non solo sul controllo della glicemia ma anche e soprattutto nel ridurre le complicanze cardiovascolari e renali del diabete. Questi farmaci, coadiuvati da un’opportuna dieta, possono essere ancora più utili quando la patologia diabetica si accompagna all’obesità, perché agiscono anche sul peso”.

Sul fronte obesità, i ricercatori MultiMedica stanno esplorando un’inedita prospettiva di studio, approfondendo cosa avviene nel grasso dei pazienti. “L’obesità è una malattia cronica la cui rilevanza e diffusione sociale sta aumentando in modo preoccupante anche nel nostro Paese, soprattutto negli adolescenti e nei giovani adulti” afferma Giuseppe Pelosi, Direttore del Servizio Interaziendale di Anatomia Patologica del Gruppo MultiMedica, Professore Ordinario di Anatomia Patologica presso l’Università degli Studi di Milano e responsabile scientifico del convegno. “Conoscerne le cause e investigarne le modalità di sviluppo a livello dell’organo adiposo rappresentano obiettivi con importanti ricadute nella gestione dei pazienti. Un contributo innovativo per la comprensione dell’obesità può essere fornito dall’anatomia patologica, per la sua capacità, davvero unica, di scendere nel dettaglio cellulare e molecolare, anche utilizzando tecniche basate sull’analisi delle immagini istologiche. Il progetto ‘Fat changes in bariatric patients undergoing surgery – Modificazioni del tessuto adiposo in pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica’ (FANTASY), è stato avviato dalla nostra Anatomia Patologica proprio per studiare i cambiamenti dell’organo adiposo nel paziente obeso”.

Per quanto concerne il trattamento dell’obesità, la chirurgia bariatrica, che ha reso possibili notevoli perdite di peso, riveste oggi un ruolo di primo piano. Al fine di un effettivo miglioramento della qualità di vita dei pazienti, anche la chirurgia plastica post bariatrica sta assumendo sempre più importanza, come spiega Francesco Klinger, Responsabile dell’U.O. di Chirurgia Plastica del Gruppo MultiMedica, tra i relatori del convegno del 14 novembre: “Soggetti che, a seguito di interventi chirurgici, subiscono significativi cali ponderali ottengono il risultato di dimezzare il loro ‘contenuto’, ma spesso restano imprigionati in un ‘contenitore’ enormemente sproporzionato. I tessuti cutanei risultano infatti ‘sfiancati’ dall’eccesso di peso e dal rapido dimagrimento, con enormi disagi sia dal punto di vista psicologico, nella vita di relazione, sia dal punto di vista funzionale, nell’espletamento delle normali attività quotidiane (vestirsi, lavarsi, sedersi, guidare). È come essere costantemente costretti a indossare un vestito di una decina di taglie superiori alla propria. Il chirurgo plastico può risolvere queste problematiche, con interventi chirurgici di rimodellamento corporeo protocollati e codificati. Va precisato che si tratta di operazioni complesse, eseguite su pazienti delicati, per le quali è consigliabile rivolgersi a centri con un elevato livello di expertise, e che vengono rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale solo a fronte di valutazioni oggettive della disfunzionalità di cui soffre il paziente. Diverso è il caso delle situazioni meno ‘compromesse’, in cui tali metodiche diventano del tutto sovrapponibili a interventi di chirurgia estetica”.

Prima di arrivare ai farmaci e alla chirurgia, una corretta alimentazione può fare molto per prevenire l’insorgenza di patologie quali diabete e obesità e, una volta diagnosticate, per contribuire a fronteggiarle. La dottoressa Angela Valentino, biologa nutrizionista del Gruppo MultiMedica sarà a disposizione dei cittadini, mercoledì 13 novembre, alle ore 18.00, presso l’Aula CAN dell’Ospedale San Giuseppe di Via San Vittore 12 a Milano, per ricordare le strategie da seguire a tavola, efficaci contro glicemia e chili di troppo. “Ancora oggi, purtroppo, si commettono molti errori: il consumo eccessivo di cibi pronti e processati, di affettati e formaggi grassi, di frutta zuccherina (uva, banane, fichi), di soft drink; al contrario, godono di scarsa considerazione pesce, verdura, legumi e cereali integrali; è anche sbagliato abbinare più fonti di carboidrati nello stesso pasto. La letteratura ha dimostrato come seguire la dieta mediterranea aiuti a ridurre la glicemia e la circonferenza addominale e come un’alimentazione varia ed equilibrata (non regimi eccessivamente restrittivi e pubblicizzati come ‘miracolosi’) consenta di mantenere nel tempo i risultati ottenuti”. 

In Italia, ogni anno, 1 gravidanza su 10 “complicata” dal diabete

Se ne parla in questi giorni a Firenze, in occasione del Simposio Internazionale DIP su diabete, ipertensione e sindrome metabolica durante la gestazione

Nel nostro Paese, su circa 500.000 gravidanze all’anno, 50.000 sono accompagnate dal diabete, che può essere pre-gestazionale, ossia già presente nella donna prima che questa rimanga incinta, o gestazionale (GDM), quello che fa la sua comparsa proprio nel corso della gravidanza. Ma gestire il problema e prevenire anomalie, complicanze e il ricorso al parto cesareo è possibile, programmando il concepimento e il controllo metabolico in modo costante e accurato, soprattutto nei primi mesi di gestazione. È questo il messaggio che l’Associazione Medici Diabetologi ribadisce in occasione del X Simposio Internazionale DIP su diabete, ipertensione e sindrome metabolica durante la gestazione, in corso a Firenze dal 29 maggio al 1° giugno. L’evento, summit di esperti provenienti da 73 Paesi impegnati nella prevenzione e nel trattamento delle complicanze materne e fetali in gravidanza, vede anche la presenza e il patrocinio di AMD che proprio su questo tema ha recentemente dato vita al progetto “Giunone 3.0”.

“Le complicanze per la mamma e il bambino indotte dal diabete possono essere molto serie”, sottolinea Domenico Mannino, Presidente AMD e Presidente dei membri onorari italiani del Simposio. “Nel caso del diabete pre-gestazionale, il problema maggiore sono le gravidanze ‘a sorpresa’: una donna con diabete non controllato, che non sa di essere incinta, espone il bambino a un rischio di malformazioni, dovute alla glicemia e agli eventuali farmaci assunti (come statine e ace-inibitori), 10 volte superiore rispetto alla popolazione generale. Nel caso del diabete gestazionale, invece, l’innalzamento della glicemia nella mamma può portare a un eccessivo aumento di nutrienti al feto, che predispone a tagli cesarei, parti pretermine e ad altre serie complicanze della gravidanza. Il GDM, inoltre, successivamente al parto, aumenta il rischio di sviluppare diabete tipo 2, perché la fisiopatologia delle due malattie è la stessa”.

“Il consiglio fondamentale per le donne diabetiche è quello di programmare la gravidanza”, evidenzia Graziano Di Cianni, tra i Presidenti del Comitato scientifico del Simposio. “Per quelle che invece ricevono una diagnosi di diabete gestazionale, occorre impegnarsi nel percorso di gestione della patologia, affidandosi a un team diabetologico, e partorire in strutture dotate di Terapia Intensiva Neonatale. L’importanza del desiderio di maternità nella sfera affettivo-emotiva della donna, del partner e dell’entourage familiare ci ha spinto a sviluppare un progetto formativo specifico, ‘Giunone 3.0. Aggiornamento su diabete e gravidanza’, volto ad approfondire gli effetti del diabete sulla gravidanza, le possibili implicazioni e complicanze e i metodi per prevenire eventi indesiderati, pesanti in termini di costi umani e sociosanitari. Il progetto sta riscuotendo molto successo ed è una delle esperienze che AMD ha voluto condividere con colleghi di diverse specialità, provenienti da tutto il mondo, nell’ambito di quest’importante evento di aggiornamento scientifico”.

“Nonostante già nel 1989, l’Organizzazione Mondiale della Sanità avesse fissato l’obiettivo di rendere la gravidanza diabetica uguale, come esiti, a quella delle donne sane, entro l’inizio degli anni 2000, il diabete in gravidanza resta ancora oggi un problema aperto. Negli ultimi anni l’outcome della gravidanza nelle donne che hanno problemi di diabete è molto migliorato, ma ci sono margini su cui lavorare. Ad esempio, nell’ambito dello screening del diabete gestazionale, che viene eseguito nel corso del secondo trimestre.  Secondo le linee guida italiane, le donne con grandi fattori di rischio, come una grave obesità, che hanno già avuto GDM alla gravidanza precedente e con alterata glicemia, dovrebbero essere sottoposte a screening già alla 14-16a settimana, per diagnosticare la patologia il prima possibile e poterla monitorare in modo rigoroso. Queste pazienti, inoltre, andrebbero seguite con particolare attenzione, anche dopo il parto, per aiutarle a intervenire sui fattori correggibili ed evitare che sviluppino diabete tipo 2”, conclude Di Cianni.

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