Covid, lo studio: mix con influenza non peggiora chance di guarigione  

Il siero dei 509 pazienti analizzati dai ricercatori dell’Irccs San Raffaele di Milano ha svelato più di un segreto. Non solo quali sono gli anticorpi più efficaci contro il nuovo coronavirus, ma anche qualcosa che riguarda la miscela di Sars-CoV-2 con altre infezioni, come l’influenza. E quello che emerge dal lavoro, pubblicato sul ‘Journal of Clinical Investigation’, potrebbe avere risvolti positivi per l’inverno in arrivo: “Avere avuto una recente infezione da virus dell’influenza non sembra peggiorare le probabilità di guarigione in caso di Covid-19”, è il senso di quanto osservato dagli scienziati, come spiega Lorenzo Piemonti, direttore dell’Istituto di ricerca sul diabete (Dri) e professore associato dell’università Vita-Salute San Raffaele.  

I ricercatori hanno testato il siero dei 509 pazienti anche per la presenza di anticorpi contro altri virus, in particolare quelli dell’influenza stagionale e altri coronavirus più comuni, i responsabili dei raffreddori stagionali. Questo è stato fatto per capire se la memoria anticorpale del sistema immunitario verso altri virus sia in grado di influenzare la risposta contro Sars-CoV-2. In una certa quota di soggetti si è evidenziata la presenza di una risposta anticorpale recente contro il virus dell’influenza, ma questa – rilevano gli esperti – non si associa a un peggiore outcome clinico dei pazienti positivi a Covid-19. 

“Un risultato incoraggiante – sottolinea Piemonti – considerato l’arrivo della stagione invernale e la presenza combinata dei due virus. Questa evidenza però non ci deve dissuadere dal seguire la raccomandazione a sottoporsi alla vaccinazione antinfluenzale”, avverte.  

Più complesso è risultato il rapporto con la risposta immunitaria verso altri coronavirus. Infatti, l’infezione da Sars-CoV-2 risveglia la memoria anticorpale pregressa suggerendo un ruolo importante delle precedenti infezioni nella risposta contro il nuovo virus.  

“Nel rapporto con il sistema immunitario e con la sua storia pregressa – conclude Piemonti – sta probabilmente parte del segreto per cui la malattia si manifesta in modo diverso clinicamente. Questa è la direzione a cui stiamo guardando per poter individuare le persone che sono a maggior rischio in caso di infezione”.  

 

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